Gestus/manus: per una filologia dell’azione teatrale

Alessio Francesco Palmieri-Marinoni, dottorando presso Università del Sussex |

Introduzione

Chiedersi cosa sia un gesto, di primo acchito, può sembrare una domanda semplice, banale, quasi inutile. Tuttavia, nel momento in cui si pone la domanda, ci si rende immediatamente conto che la risposta è tutt’altro che scontata o addirittura ovvia. Del resto, il gesto è quella “cosa” – quella Ding in senso heideggheriano – che è propria della nostra quotidianità, nonché di quelle specifiche ritualità, così come elemento imprescindibile della teatralizzazione o drammatizzazione di un momento che, proprio per via della sua predominanza e necessità intrinseca che tocca la sfera più o meno consapevole dell’animo umano, risulta quasi impossibile da definirsi in toto.

È col teatro stesso, sia nelle sue forme più antiche per giungere alle teorizzazioni più complesse del Coreodramma tardo settecentesco sino ai trattati di mimica del XIX-XX secolo, che il fondamento e la predominanza di un atto espresso tramite un movimento caratteristico e codificato spesso degli arti superiori e delle mani – ma non solo –, ha trovato la sua massima espressione. Nel contempo questo dato ha portato a una percezione comune del gesto come azione a uso esclusivo dell’azione scenica tout court, lasciando intendere che gli ambiti extra drammaturgici non siano partecipi di una semantica gestuale specifica o liminare. L’aver circoscritto il termine alla sola esperienza drammaturgica – in tutte le sue forme possibili – e all’interno di uno spazio scenico, ha tuttavia obliato le altre origini e specifiche che esso ha contemplato da sempre.

Cos’è dunque il gesto? Benché giungere a una definizione unica ed univoca per un qualcosa che appartiene alla sfera dell’effimero sia impresa impossibile – basti pensare alla complessità del termine nell’opera di Bertold Brecht e al conseguente dibattito accademico sul termine gestus – è possibile individuare alcuni momenti specifici che hanno portato a una concezione del termine secondo l’accezione oggi maggiormente diffusa e comune. In questo breve contributo cercheremo di evidenziare come la percezione del termine sia frutto di una complessa definizione creatasi tra l’epoca carolingia e il XIII secolo, nella quale oltre alla tradizione classica, in primis latina, si è sommata la riflessione etico-morale scaturita dalla Patristica e dalla Scolastica.

 

Un termine e la sua implicazione etico-morale

La riflessione sul gesto nel XII-XIII secolo può essere considerata a pieno titolo come la sintesi per eccellenza di un lungo percorso di disamina del termine che risale all’epoca classica. Il termine originario, gestus, presenta sin da subito una pericolosa ambivalenza: esso indica sia un movimento o un atteggiamento del corpo, sia il movimento di un singolo arto e, nella fattispecie, della mano. In aggiunta, a creare maggiore spaesamento, concorre la radice del termine, ovvero gero/gerĕre, che presuppone un fare e un portare, un comportarsi. Da questi primi significativi dati, risulta evidente come nel termine manchi una continuità tra il “fare un gesto” e “l’azione del gesto”. A questo si aggiunga che una delle prime derivazioni dal termine gestus è il verbo gestire, vocabolo che evidenzia un’implicazione con la sfera delle emozioni, dei sentimenti e, in epoca medievale, con l’ambito della fede. Gestire sarà sinonimo di esultare, rallegrarsi: atti che sottintendono, da un lato, sia un movimento fisico sia un movimento dell’anima.

Gestus è dunque quell’ἀρχή (archè) primigenia che sottintende una pluralità di movimenti che competono sia la sfera fisica sia l’ambito dell’anima. Per tale ragione, nella letteratura latina così come in quella medievale, a esso viene ad associarsi il termine motus, vero e proprio sinonimo di gestus, attraverso l’espressione motus corporis.

Malgrado quanto visto, è opportuno evidenziare come nessun autore latino abbia mai fornito una vera e propria definizione del termine. A ciò si aggiunga che nei testi sino all’epoca carolingia sono presenti innumerevoli sinonimi come habitus, skema, nutus, signum, vulnus, incessus, neuma sino a manus: lemmi accomunati da una premeditazione e ordinamento logico dell’azione che producono un effetto o un qualcosa di tangibile e visibile. Se dunque il gestus e i suoi derivati sono espressione di un procedimento razionale, fa da contraltare il diminutivo gesticulus, “piccolo gesto”, azione associata ai mimi e agli istrioni, che, per via della ridondanza più o meno disordinata, assume una connotazione negativa.

Questa antinomia, sebbene nasca già in epoca imperiale, troverà terreno fertile col cristianesimo: gestus sarà l’azione creatrice di Dio, ordinata, perfetta, logica, assoluta, a cui si contrappone la gesticulatio umana espressa nelle attività coreutiche e drammaturgiche intese come forme di disordine, nel momento in cui non finalizzati alla formazione spirituale o alla messinscena dei drammi sacri. Tra i due termini, in aggiunta, esisterà anche una forma di relazione specifica: il gestus crea una relazione verticale tra Dio e l’Uomo, così come nella Creazione di Adamo, a cui si contrappone una relazione orizzontale, disordinata, così come sono le iterazioni tra gli uomini, mosse il più delle volte da forze ignote o demoniache.

 

Il potere, il rito e l’abito

Il gesto rappresenta dunque un’azione ordinata e specifica. È Dio, in Genesi, con un gesto – e un verbo – a creare il mondo; attraverso un gesto divide, ordina, comanda e crea l’uomo. L’uomo medievale vorrà riportare nell’aldiquà lo stesso principio istituendo una complessa semantica gestuale per creare un nuovo ordine religioso e politico. In questo contesto la Chiesa evidenzierà una tassonomia specifica dell’uso della gestualità della mano, creando un trait d’union e un continuo di rimandi iconografici tra la raffigurazione del gesto e la sua effettiva realizzazione. La codificazione dell’impostazione della mano, delle dita, così come le azioni svolte durante la celebrazione degli uffici divini, porterà a un legame indissolubile tra il rito sacro e la sua “messinscena”. Il gesto degli uomini di Chiesa è dunque un’attualizzazione del principio creazionistico di Dio; è attraverso la manus, non più espressione del singolo bensì espressione del Corpo Mistico della Chiesa, che si ripropone quotidianamente la memoria dell’ordine del creato.

A partire dal X secolo non si parlerà solo e semplicemente di gestus; con l’epoca carolingia e ottoniana il termine sarà pressoché sostituito da manus, vero e proprio tramite nonché strumento per la realizzazione dell’ordo universalis. L’ordine è da intendersi in quello delle due spade, come dirà San Paolo. Se una spada rappresenta la Chiesa, l’altra sarà espressione del potere imperiale. Prendendo a esempio il variegato sistema gestuale proprio della Chiesa, anche l’Impero farà propria la gestualità dell’ordine espressa dalla manus.

Le cronache medievali, oltre a restituirci le complesse cerimonie d’investitura e incoronazione, permettono di comprendere come essa fosse un elemento imprescindibile nella celebrazione dei riti. Nella fattispecie, essi permettono di percepire come il gesto fosse non semplicemente da intendersi come fonte normativa dell’assegnazione di potere, bensì vera e propria forma di conferma contrattualistica. Forme rituali spesso non codificate attraverso scritti ma che erano vissute come un patrimonio normativo vivo, nel quale la manus ha un ruolo principe.

Nel paragrafo precedente abbiamo evidenziato come, già in tarda epoca imperiale, uno dei sinonimi di gestus fosse da rintracciare anche nel termine habitus. Senza addentrarci nella pari complessità del vocabolo – basti ricordarne il differente utilizzo in Virgilio rispetto a Cicerone –; col X secolo habitus identifica un’azione consona a un preciso tipo di abbigliamento. Con habitus si descrive l’azione rituale officiata da una persona in ambito ufficiale; come tale, l’azione dovrà essere conforme a un preciso codice vestimentario. Viceversa, l’azione – positiva o disdicevole – sarà conforme a un determinato abito che ne evidenzierà la valenza morale. Salomè, con la sua danza sfrenata, esprimerà una gesticulatio possibile ed evidenziata da un abito che ne permetta un movimento di danza particolare; a questa farà da contraltare la manus delle statuarie sante e regine racchiuse e iscritte in abiti solenni e mantelli che richiamano alla memoria – nonché nella fattura – i piviali dei vescovi.

Se già i Bizantini avevano cercato di creare un parallelismo tra il Paradiso e la Corte, questa intesa come emanazione della gloria del Cielo in terra attraverso abiti in seta, applicazioni di pietre, gemme e perle, l’Occidente, facendo memoria della lezione orientale, applicherà un’altrettanta specifica gestualità. Il XII secolo teorizzerà il gestus come azione conforme a uno status sociale ben determinato al quale dovrà corrispondere una forma vestimentaria ben precisa. La razionalità del gesto non sarà dunque solo dovuta a un’azione di pensiero critico, bensì sarà dettata anche dalla possibilità di eseguire o meno un’azione; sarà il peso dell’abito, la sua capacità di rendere la figura autoritaria, a conferire il peso del gesto che il soggetto dovrà eseguire.

 

Il gesto nel teatro medievale

Quanto emerge dagli elementi sinora espressi, denota come col Medioevo esista una vera e propria drammatizzazione dell’azione. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che la sfera pubblica fosse intrisa di azioni sceniche ben precise; dal momentum puramente religioso sino alla rappresentazione del potere regio, sino alla contrattazione economica, il gestus-manus è identificativo di una vera e propria messinscena attraverso l’uso di un codice sociale che tiene in considerazione diversi livelli di percezione del sé, il tutto finalizzato alla ricerca dell’ordine razionale o spirituale.

Risulta dunque impossibile non considerare la predominanza della rappresentazione scenica nell’Età di Mezzo e del conseguente significato che il termine assume tra X-XII secolo. Premesso che i testi teatrali a noi giunti restituiscono solo in parte il mondo e il modo in cui avveniva la messinscena, è proprio nell’azione drammatica e coreutica che il gesto trova la sua massima espressione.

Secondo la definizione fornita da G. J. Brault, per tutto il Medioevo possiamo parlare di veri e propri gestural script: l’azione dell’attore viene esplicitata attraverso specifiche e codificate espressioni linguistiche; in aggiunta, a ciascuna azione corrisponde un moto dell’animo che viene evidenziato dal richiamo all’attenzione da parte dell’attore tramite l’uso di verbi specifici.

Il gestus teatrale non è gesticulatio; quanto svolto dall’attore è un signum e, soprattutto, è mos, morale. Recuperando le regole della retorica latina, l’attore, il giullare o il poeta, creano un contrappunto di parole e gesti di chiara ispirazione edificante e didattica. Si tratta di una forma di gestus prettamente simbolica che, attraverso la caratterizzazione, permette allo spettatore di comprendere la vera natura del personaggio sulla scena. La terminologia, utilizzata in questo contesto, mostra come ciascuna azione corrisponda a un preciso moto dell’animo. Nella fattispecie, i drammi liturgici della Settimana Santa e di Pasqua elencano una serie di termini corrispondenti a azioni specifiche, a loro volta espressione di peculiari sentimenti: pedetemptim, lente, humiliter, paulatim, festinante, velociter, celeri gressu, ecc. esplicitano di volta in volta un gestus della mano, del corpo e dell’anima. E ancora: accipiens autem panem, elevatum in altum dextram benedicat, frangatque singulis partibus cantando, ecc.

Parimenti, rispetto alla gestualità ecclesiastica e imperiale, il gesto nel dramma sacro diventa lo strumento necessario e fondamentale per rendere possibile il passaggio dagli ioci/ludi al ritus. Passaggio possibile proprio in virtù del fatto che ciascuna azione è razionalmente pensata e identificata con un corrispondente messaggio.

 

Conclusione

Cos’è dunque il gesto teatrale nel Medioevo? Forse la risposta la troviamo in una frase del Mistero di Adamo, scritto tra il 1146 e il 1174: “fare il gesto che conviene all’oggetto di cui si parla / chiunque nomini [il Paradiso], deve guardarlo e mostrarlo con la mano”. Questi due versi esplicitano alla perfezione quella che è la natura più intima del termine gestus: evidenziare con ragione un qualcosa, portare all’attenzione dell’astante ciò che è degno di nota. Si tratta di una presa di coscienza non solo dello spettatore, ma soprattutto dell’attore o di colui che compie l’azione che ciò che viene portato all’attenzione è qualcosa di meritorio e di importante che deve essere ricordato e serbato nel cuore e nell’anima.

Il gestus è una presa di responsabilità del fare e del dire; attraverso un uso ponderato di esso il soggetto si identifica come essere pensante; esso è una dichiarazione apertis verbis della natura razionale dell’Uomo. È un’azione che implica un movimento fisico ma, in primis, dell’anima. Esso rappresenta la predominanza dell’intelletto sull’irrazionale.

Citando Ugo di San Vittore, il gesto è innanzitutto una figuratio sotto il doppio sguardo di Dio e degli uomini; un’azione in continuo dialogo tra ragione e corpo, tra ordine e trasgressione o disordine, tra parola e azione, tra simbolo e oggetto.

 

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